La rivincita dei redneck

Ieri la pagina ufficiale FaceBook della serie televisiva The Walking Dead ha lanciato un sondaggio chiedendo ai fans “Se dovessi separarti dal gruppo, con che personaggio preferiresti farlo”. Probabilmente questo sondaggio è stato fatto per sondare il terreno in virtù delle prossime stagioni, per vedere quali personaggi valorizzare maggiormente nella trama e a quali dedicare meno spazio. Ma questo al momento non ci interessa.

Al primo posto, ovviamente, il protagonista Rick Grames (interpretato da Andrew Lincoln, quasi 34mila voti), che simboleggia tutto ciò che dovrebbe essere un buon “americano”: sceriffo integerrimo, buon padre di famiglia, altruista e leale verso il prossimo, pro life (rifiuta la sola idea di suicidio in questo mondo apocalittico in cui gi zombies dilagano). Non si chiede se valga la pena o no di salvare la sua famiglia, lo fa e basta, come se fosse la sua missione, da non mettere in discussione mai se non  negli angoli oscuri della propria coscienza. Rick è un uomo del Sud (è nato in Georgia), ma il suo spirito lo rende assolutamente yankee: se la serie fosse ambientata ai tempi della Guerra Civile sicuramente sarebbe un unionista lincolniano tutto d’un pezzo.

La sorpresa viene dal secondo posto, che vede Daryl Dickson (Norman Reedus) con oltre 20mila voti (il terzo segue lontanissimo a 3mila). Darryl è un redneck “duro e puro”, un uomo del profondo sud degli States poco avvezzo alle regole, amante delle armi e della caccia, fratello del criminale e razzista Merle Dickson (Michael Rooker), eppure a suo modo leale alla causa come e quanto Rick. Cresciuto in una famiglia problematica e amante della vita selvaggia all’aria aperta, è sempre pronto a zittire chiunque offenda la memoria del fratello (anche se probabilmente Merle è ancora vivo, ma non si sa ancora); tuttavia non esita e a salvare gli altri membri del gruppo anche quando appartengono a minoranze, nonostante nel profondo sia (probabilmente) suprematista anche lui come il fratello.

Daryl rappresenta la spirito sopravvisuto per generazioni dei ribelli confederati, quell’America profonda e campagnola i cui abitanti vengono chiamati spregiativamente rednecks (dal collo rosso, perché gli uomini del sud nell’immaginario collettivo lavoravano nei campi e avevano dunque spesso il collo abbronzato) dai salotti buoni e liberal della costa est e della costa ovest, presi in giro con i soliti luoghi comuni (l’incesto, il Ku Klux Klan, la salopette jeans e il corpo sempre sporco di terra).

Eppure uomini e donne, non solo dagli Stati del Sud, dimostrano di preferirlo rispetto ad altri personaggi. Certo è solo un sondaggio di uno show televisivo, però che bello che una volta per noi ragazzi di campagna, più avvezzi ad usare l’arco che l’ultimo modello di computer, noi che non facciamo la fila la notte per l’ultimo modello di I-qualcosa della Apple ma la notte ci appostiamo per pescare o per aspettare il passaggio di un cervo, ci sia il nostro scampolo di popolarità nonostante decenni di propaganda (finto)vegetariana, (finto)ambientalista e politicamente corretta.

Viva Daryl, viva la caccia, viva la pesca, viva la vita all’aria aperta! Viva lo spirito redneck!!

American Horror Story

Arriverà il prossimo 8 novembre su Fox la serie tv American Horror Story (in America questa sera andrà in onda la quinta puntata). Una famiglia di Boston, gli Harmon, si trasferiscono sulla costa ovest, a Los Angeles (California). Ben Harmon (Dylan McDermott, The Practice) è uno psichiatra, con una storia di infedeltà (scoperta dalla moglie) alle spalle, che sta tentando di tutto per salvare il suo matrimonio. Vivien Harmon (Connie Britton, Friday Night Lights) è una donna gioviale e aperta, ma messa a dura prova sopratutto psicologicamente dal tradimento del marito, come se il mondo le fosse caduto addosso rendendola insicura nei confronti di tutto e tutti. La loro unica figlia, Violet Harmon (Taissa Farmiga, in pratica al suo esordio), è una conturbante teenager, alle prese con le difficoltà tipiche della sua età, acuite dal trasferimento e dai problemi relazionali dei suoi genitori.

Una famiglia americana come tante, insomma. Ma la vera protagonista della serie è la loro nuova casa. Una casa “maledetta”, in cui nel corso degli anni sono stati commessi alcuni omicidi dei quali noi spettatori siamo messi al corrente mediante flashback (eccezion fatta per il fatto di sangue più recente, infatti, la famiglia Harmon è infatti all’oscuro di quanto successo nella magione nel corso degli anni). Tuttavia, non sempre nei flashback vediamo questi omicidi fino al termine, e dunque alcuni potrebbero non essersi consumati fino in fondo, visto che alcuni dei vecchi occupanti della casa continuano ad interagire con i nuovi occupanti nella vita di tutti i giorni. E’ come se ci si trovasse in un Samhain perenne, con la linea di separazione tra vita e morte assolutamente inesistente. Ma solo di alcuni sappiamo con certezza se sono vivi oppure morti. Ma questa “certezza” reggerà con lo scorrere delle puntate? Per non parlare poi degli strani vicini, tra i quali vi è l’insopportabile Constance (Jessica Lange)…

Mi fermo qui, non voglio svelare di più, se non sottolineare quel non so che di “politicamente scorretto” che questa serie ci offre: invalidi e affetti da sindrome di down (alcuni degli altri personaggi che ruotano attorno alla casa) non solo non ci provocano empatia, ma sono lì apposta per provocare in noi timore e disagio. E ci riescono benissimo.

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Il ciclo degli zombies di Romero

Halloween è appena passato, e per me è stata un’occasione per rivedermi i film appartenenti al ciclo degli zombies di George A. Romero, in pratica il papà di questo filone horror (prima di lui, a parte sporadici casi, i morti viventi non avevano dignità cinefila). Ho pensato così di esaminare la saga da un altro punto di vista, diverso da quello solito in cui vengono classificati (la critica sociale e politica che il regista americano inserisce sotto forma di metafora nelle sue pellicole): il profilo temporale di tutti e sei i film, che secondo me è strettamente connesso tra le varie pellicole. Nelle prime quattro, infatti, è assolutamente lineare, mentre le ultime due rappresentano dei flashback rispetto alla quarta (quella che si spinge a mio avviso più in là temporalmente), esaminando le questioni da un altro punto di vista e ponendosi in maniera intertemporale tra alcune pellicole precedenti. Vediamo più nel dettaglio.

Night of the Living Dead (La notte dei morti viventi): inizia l’infezione, gli umani sono presi alla sprovvista ma mantengono il controllo della situazione

Dawn of the Dead (Zombi): l’infezione si è propagata, gli umani hanno perso il controllo della situazione, gli zombies dilagano

Day of the Dead (Il giorno dei morti viventi): il contagio si è stabilizzato, gli umani cercano di riprendere il controllo della situazione o attraverso la scienza o attraverso la forza

Land of the Dead (La terra dei morti viventi): alcune comunità umane, grazie alla forza, sono riuscite a costruire enclavi sicure. Adesso sono gli zombies che tentano di riorganizzarsi

Diary of the Dead (Le cronache dei morti viventi): salto indietro al momento dell’inizio dell’infezione (quello della prima pellicola, con il diverso punto di vista della comunicazione globale nell’era digitale), non limitandosi però ad un’unica notte, come nel primo film, ma coprendo un lasso di tempo più ampio, circostanza che quindi colloca questo lavoro tra il primo e il secondo film.

Survival of the Dead (L’isola dei sopravvissuti): salto indietro tra la terza e la quarta pellicola, esaminando un modello di comunità umana che tenta di ricostituirsi e che però fallisce

Quindi, secondo questa mia diversa prospettiva temporale, le pellicole dovrebbero essere viste in quest’ordine in un’ipotetica maratona cinematografica: 1,5,2,3,6,4.

Personalmente, la mia “top tre” è costituita da 2,4,5. Quello che mi è piaciuto di meno è il 6.

Il neo presidente irlandese e il presidente americano della fiction

Il poeta Michael Higgins ha vinto a sorpresa le elezioni presidenziali in Irlanda svoltesi due giorni fa. Tutti gli altri candidati hanno ammesso la loro sconfitta e si sono congratulati con lui per la vittoria. Higgins, che ha 70 anni ed è stato ministro della cultura e ha condotto una campagna elettorale di basso profilo, ha espresso nella tarda serata di ieri la sua gioia ”per un voto così netto, che mi consentirà di essere il presidente di tutti”. Il candidato indipendente Sean Gallagher, favorito nei sondaggi degli ultimi giorni, è arrivato solo secondo, penalizzato dalla rivelazione di un assegno di 5mila euro ricevuto dalla sua campagna da un trafficante condannato, seguito dall’esponente Sinn Fein ed ex combattente dell’IRA, Martin McGuiness. A seguire, Gay Mitchell e David Norris. Ha votato solo il 56,11 per cento degli aventi diritto. Molto interesse tra la comunità irlandese in America, che ha seguito con attenzione la campagna elettorale pur non potendo esprimere il proprio voto.

”Michael D” (così il nuovo presidente eletto è noto in tutto il Paese) è un poeta e un intellettuale, difensore della lingua irlandese (ha fondato un canale televisivo solo in gaelico) pur non disdegnando la cultura rock: per undici anni ha collaborato alla rivista di musica ”Hot Press”, ma non solo per questo, il gruppo irlandese The Sawdoctors gli ha dedicato la canzone ”Michael D rocking in the Dail”.

Nato nel 1941, a Limerick, nel sudest del Paese, a causa dell’estrema povertà della sua famiglia, dall’età di cinque anni è stato accudito dagli zii a County Clare, dove ha frequentato elementari e medie. Dopo aver iniziato a lavorare come commesso, un benefattore che ne ha riconosciuto il talento gli ha finanziato gli studi universitari, all’University College di Galway. Ha iniziato la carriera accademica, come lecturer in scienze politiche e sociologia. Dopo un breve avvicinamento al Fianna Fail, all’università, si è iscritto al partito laburista che non ha mai più lasciato, una decisione, ha detto, ”coerente con la mia esperienza, con ciò che è accaduto al Paese”.

Il suo primo seggio al Dail (camera elettiva irlandese) nel 1981, di breve durata: alle elezioni anticipate dell’anno successivo non fu confermato. E’ stato quindi sindaco di Galway fra il 1982 e il 1983 e poi fra il 1991 e il 1992. Nel 1987, Higgins è di nuovo al Dail, che non ha più abbandonato fino alle elezioni dello scorso febbraio. Le sue battaglie storiche sono state le pari opportunità, la diffusione della contraccezione, il divorzio, legalizzato in Irlanda solo nel 1994, i diritti dei portatori di handicap, e dei diritti umani nei Paesi in via di sviluppo, la difesa del gaelico. Nel 1992, l’incarico di ministro della cultura, che ha mantenuto per cinque anni, aumentando i contributi dello Stato alla letteratura, al teatro, alla danza e alle arti visuali.

Uno dei suoi fan d’eccezione è l’attore americano Martin Sheen, noto per il ruolo del presidente USA Jed Bartlett in “West Wing”. Ma Sheen non è entrato in questa campagna elettorale solo attraverso il suo endorsement., spiegando che “A vote for Michael is a real vote for Ireland”. All’inizio dell’anno, mentre la campagna elettorale irlandese era appena agli inizi, un gruppo su Facebook (più di 5.ooo persone) chiedeva a gran voce che fosse proprio Sheen/Bartlett a candidarsi al ruolo di presidente della Repubblica di Irlanda.

L’attore hollywoodiano, irlandese da parte di madre, ha trascorso parte della sua vita a Galway, studiando alluniversità letteratura inglese, filosofia e oceanografia, e proprio qui ha conosciuto ed è diventato amico di colui che sarebbe diventato il 9° presidente irlandese.

Il giorno dell’insediamento di Michael D, il prossimo 11 novembre, Martin Sheen potrebbe essere presente alla cerimonia.

La Statua della Libertà compie 125 anni

“Datemi i vostri sconfitti, i vostri poveri, le vostre numerose masse che sperano di respirare con libertà, questi residui delle vostre feconde coste. Mandatemi questi senza casta, i naufraghi della tempesta. La mia fiaccola illumina la porta dorata”. Sono alcuni dei versi di New Colossus, opera scritta nel 1883 dalla poetessa ebreo-nordamericana Emma Lazarus e scolpita nel piedistallo de La Libertà che illumina il mondo, ora nota come Statua della Libertà.

Li ha letti, con una certa commozione, l’attrice Sigourney Weaver dopo l’inno americano e la Marsigliese che hanno dato il via, ieri, ai festeggiamenti per i 125 anni del simbolo che per primo i migranti del mondo (più di dodici milioni sono transitati da Ellis Island tra il 1892 e il 1954 secondo lo U.S. National Park Service) hanno visto approdando nella Terra delle opportunità. Centinaia e centinaia i newyorkesi e i turisti presenti, esattamente come 125 anni fa,  durnate l’inaugurazione, quando secondo i giornali dell’epoca gli alberghi della città erano tutti pieni.

Inaugurata il 28 ottobre del 1886 alla presenza dell’allora presidente Grover Cleveland, venne sistemata sull’isolotto di Bedloe, nel porto di New York. Opera dello scultore francese Fréderic Auguste Bartholdi, fu un omaggio che l’aristocrazia intellettuale francese fece agli Stati Uniti in occasione del primo centenario dell’indipendenza, per celebrare l’amicizia tra i due paesi e il condiviso amore per la libertà.

Fra le tante iniziative che accompagneranno questo complenno, l’inaugurazione di cinque telecamere che, posizionate nella torcia, permetteranno d’ora in poi agli spettatori di tutto il mondo di ammirare la vista dall’alto dello skyline di Manhattan, dell’Hudson River e di Liberty Island. 125 immigrati, provenienti da 46 paesi, sono stati naturalizzati in occasione di questo avvenimento, sotto la Statua della Libertà. Oggi come ieri.

Boston la città più innovatrice al mondo

La città dove ebbe inizio la Rivoluzione Americana è quella che continua tutt’oggi ad essere quella che innova e si rinnova di più al mondo. E’ questa la conclusione dell’agenzia australiana 2thinknow, che ha esaminato 162 indicatori per individuare assets culturali, infrastrutture umane, accessi e ruolo nel mercato globale.

Boston, con la sua forza nei servizi finanziari e nell’industria sanitaria, e con la sua offerta sul piano educativo e culturale (50 punti universitari nel raggio di 80 chilometri),  con l’impatto sulle classi dirigenti non solo statali ma anche federali, si è piazzata in maniera preponderante al primo posto della top 100.

Fra le città americane seguono San Francisco (CA) in seconda posizione, New York City (NY) al quarto, Toronto (ON) al decimo.

E in sordina si riparte (o in sardina?)

Un po’ di tempo è passato (ormai quasi dieci mesi) dopo la mia rottura con la scena libertaria italiana, e mi sembra arrivato il momento di fare una cosa che non solo nella vita virtuale, ma anche in quella reale, adoro: ripartire da zero.

E infatti riparto da zero: i post in cui affrontavo tematiche libertarie sono stati rimossi, mentre ero in preda ad una damnatio memoriae compulsiva (della rimozione di alcuni mi sono anche un po’ pentito, ma alla fine chissene: il passato è passato).

Mi piace scrivere e condividere cose, per cui una volta tagliato il cordone ombelicale con il mondo di cui facevo parte, mi sento pronto a riniziare. Anche perché fra poco iniziano le primarie negli USA, e come potrei non scriverci su qualcosa? :)

Ma c’è un altro motivo che mi spinge a riniziare ora e non ancora più in là (come in realtà avrei preferito). Il caso (o non so che altro) ha voluto che gli unici tre bloggers libertari che nonostante tutto ho continuato a seguire e stimare* (due tra loro sono anche tra i miei contatti privati del mio FaceBook, il che vuol dire che mi conoscono con il mio vero nome e cognome) e a seguire nei loro scritti, si sono riuniti su un’unica, bellissima, piattaforma: libertariaNation.

Fino a quando Luca, Fabristol e Simone postavano per i fatti prorpi, la frustrazione di leggere senza contribuire al dibattito era facilmente controllabile. Ma visto che questi tre rompiballe, amichevolmente parlando (perché proprio loro? Perché non altri che non hanno nulla da dire di interessante che non sia la solita cantilena contro le banche centrali?) hanno deciso di impegnarsi in questa avventura, la tentazione di riprendere a scrivere è diventata troppo grande.

E come diceva Oscar Wilde, l’unico modo per resistere a una tentazione è cedervi. E quindi, si va…

* Chiaramente altri bloggers (e non) di altre estrazioni politiche hanno la mia stima e ho continuato a seguire le loro pagine. Qui mi sto riferendo solo ai bloggers libertari sopravvissuti alla scocciatura dell’autorefenzialismo onanista antikeynesiano, cioè quelli che nonostante tutto hanno ancora una loro pagina aggiornata. Altri bloggers di area libertaria che avrei seguito ad esempio hanno chiuso ufficialmente o de facto il  loro blog.

Frontiera oggi?

Bob Cody: “Ecco il cartello che indica la direzione giusta per un cambiamento”

Neal Oliver: “A me sembra semplicemente un motel”

B.: “No, è la frontiera. Hai mai sentito parlare di Frederick Turner?”

N.: “No, signore”

B.: “Lui era uno storico. Circa 100 anni fa tirò fuori una teoria interessante sulla frontiera. La definiva una sorta di valvola di sicurezza per la civiltà, un posto dove si andava per evitare di impazzire. Ogni qualvolta qualcuno non riusciva a ritrovarsi nel proprio ambiente, scontenti, persone fuori di testa, estremisti, facevano le valige e partivano per la frontiera. E’ così che è nata l’America: gli eccentrici e i piantagrane d’Europa fecero fagotto, e confluirono in una frontiera che successivamente diventò le 13 Colonie. Quando qualcuno non si trovava più bene, si spostava verso Ovest. Ecco perché alla fine tutti i matti si sono ritrovati in California (ride). Turner morì nel 1932, e così non ha potuto vedere cosa sarebbe successo nel mondo una volta superata quella frontiera. Certe persone dicono che ce l’abbiamo nella mente, e se ne vanno a esplorare il meraviglioso universo dell’alcool e della droga ma… non è la frontiera, è solo un altro modo per prenderci in giro da soli. Abbiamo creato una falsa frontiera con i computer, che permettono alle persone di illudersi di essere fuggite: una frontiera con accesso a pagamento”

N.: “E che dire dello spazio, l’ultima frontiera?”

B.:”Naaa, Star Trek non è lo spazio, è televisione: la consideri una frontiera quella? E poi quanti hanno la possibilità di partire per lo spazio? No, la frontiera è proprio qui: l’Interstatale 60. E’ per questo che è stata messa qui: per offrire un posto a chi vuole qualcosa di diverso”

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